MAURIZIO FRIZZIERO NOTE CRITICHE


LA CITTA' DELLE DONNE
Lazlo Wertech

Quella signora sull'autobus con l'aria vagamente affranta (è il primo giorno senza Jasì il suo barboncino deceduto ieri), con un tailleur un po' retro, con quella smorfia assorta e pensierosa, ne bella né brutta, né vecchia né giovane, non l'ha notata nessuno, tranne Frizziero. Quell'attrice anziana, inglese, che recita magistralmente il ruolo della matrigna dentro lo schermo della tv, quell'altra ragazza procace e un po' volgarotta, che fa la telefonista in un callcenter per vivere, ma di lavoro fa l'attrice in un teatro underground... e quell'altra ancora, una buona madre di famiglia ormai rassegnata al ruolo di moglie inviolabile, ma nel cui bassoventre ancora si agita un lontano desiderio... Frizziero le ha notate tutte. Per un arcano processo alchemico che assomiglia a una distillazione dell'umore più nascosto, lui le cattura in una sorta di identikit dell'anima. Il processo è apparentemente semplice: scarabocchia con gesti guizzanti e veloci delle facce, ma non ne cerca la fisionomia. In quel viluppo di righe scomposte si sta attuando la trasformazione rivelatrice. Abbandonato il fisognomico, dal vortice di di gesti appare lo psicognomico. Ciò che è catturato è il carattere, l'indole, l'emozione di un attimo o l'emozione permanente e dominante (perplessa, sdegnata, interessata, melanconica, recriminante o pacificata) che finisce per stabilizzarsi sui volti dopo una certa età e rende più marcata l'atmosfera intorno alle persone. Ecco la nobildonna, la parvenu, l'infermiera, la sposina novella e la portinaia. Ecco la megera, l'algida straniera del terzo piano, la commessa del supermarket e la cassiera del cinema. Tutte in posa come nei ritratti fin de si
le, tutte guardate da un'occhio implacabile e benevolo al tempo stesso, che le colloca lì al nostro cospetto, non solo per essere guardate, ma anche (e forse soprattutto) per essere testimoni impassibili del nostro agire. Con la sua arte, i cui prodromi si potrebbero ricercare in tutto il transfigurativismo occidentale (da Arcimboldo a Modigliani) ma che non tralasciano neppure i fermenti pop dell'agonia novecentesca (le sue signore potrebbero stare tranquillamente sulla copertina di sgt pepper's lonely hearts club band), Frizziero "compone" mosaici di donne, solo o quasi solo donne, che si rivelano rimanendo anche però imperscrutabili, come imperscrutabile è la specifica curiosità e lo specifico desiderio di indagare un universo mai completamente compreso, e a ben vedere mai completamente comprensibile.


STRAPPARE PER RICOMPORRE
Marco Vimercati

Che cosa avrà spinto Frizziero a rispolverare dei moduli narrativi da lui scoperti alla fine degli anni '60 e a riprenderne possesso? Quale storia intende raccontarci con le sue accurate e preziose campiture di colore che scontornano persone - donne - dai profili abbozzati? Non mi farei ingannare dal soggetto: non vi è alcun interesse esplicito per l'essere biologico femminile, nell'arte di Frizziero. Posso ipotizzare un puro interesse per la composizione, lo sviluppo del tratto, la ricerca di frammenti di colore da assemblare, da giustapporre e da rendere materici e poi ancora scuriti di sfumature, quasi a voler conferire un sedimento temporale su ogni singola opera e renderla piacevole da vedere. 
Perchè forse non bisognerebbe dirlo: forse parlando d'arte converrebbe anzi evitare il sacrilego tabu: e cioè affermare che siamo di fronte a cose belle da toccare e belle da guardare, opere che per la loro composta ed equilibrata eleganza formale, voglio proprio dirlo, ci appenderemmo in casa. Belle da guardare, sissignori, che sanno entrare in casa tua con educazione, senza pugni nello stomaco e senza costringerti a dipingere una parete di nero. Quindi, per me, niente più che mosaici dalle pastosità cromatiche belle da guardare da lontano, nella prospettiva di una stanza, che cambiano atmosfera col variare delle luci, e belli anche da vicino, quando la figura si perde e si scopre il piccolo tesoro delle tessere multicromatiche. Ecco forse qual'è la rivelazione dei mosaici di carta: una capigliatura e un'incarnato hanno la stessa importanza di una parete o del tessuto di una marsina. Una persona conta come un muro o come il broccato d'una poltrona. Tutto è fatto della stessa materia, di strappi di carta, ex testi e d ex immagini che si ricongiungono a formare nuove identità Se volete c'è anche una metafora del samsara, e un sano ed ecologico riciclaggio della carta (ed anche dei supporti, quasi sempre recuperati tra gli "scarti nobili" della post civiltà dei consumi). In quest'arte d'assemblaggio e di frammenti, tutto diventa texture, tutto diventa pura ricerca cromatica da arte informale, dove a comandare è il rapporto di equilibrio e di mutuo rispetto tra le campiture di colore. E dove tutto però alla fine torna ad essere immagine, presenza e addirittura "persona", testimoniando anche l'imperturbabile occhio di Frizziero, scevro da giudizi, verdetti o sentenze su chicchessia. Era ora che la sua grande capacità di narratore, di descrittore di gente, e la sua colossale galleria di incontri si traducessero in immagini.
 

MAURIZIO FRIZZIERO NOTE CRITICHE

 




 
        Le omissioni piene di senso di Maurizio Frizziero  - Marco Vimercati, marzo 2017



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